Varoufakis-Sanders: cosa dobbiamo fare?

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Ci sembra utile mettere a disposizione di cmpagne e compagni la traduzione di un articolo di Yanis Varoufakis dal giornale inglese Guardian e la risposta di Bernie Sanders nell’ambito del dibattito sul “futuro della sinistra”. Molte delle cose che scrive Varoufakis sono condivisibili, soprattutto la “diagnosi” fondata sul nesso tra neoliberismo e crescita di xenofobia e razzismo e la necessità di porsi in alternativa sia all’establishment globalista che ai nazionalisti.Si può discutere se sia sufficiente un New Deal per uscire dalla fase regressiva che attraversano le nostre società ma questo rientra nel dibattito in corso a livello internazionale. Però lo stesso Varoufakis dovrà convenire che l’indicare in Europa nella sola Diem la forza che lavora per l’alternativa appare piuttosto forzato considerata la dimensione delle  formazioni aderenti al GUE e alla Sinistra Europea. Non nutriamo dubbi su questa consapevolezza perché abbiamo avuto modo di confrontarci con lui in varie occasioni pubbliche e con Diem Italia abbiamo da tempo una positiva interlocuzione. Proprio la “diagnosi” che condividiamo con Varoufakis ci conferma nella nostra testarda impostazione unitaria che portiamo avanti nella sinistra radicale europea e italiana che si pone in alternativa al capitalismo neoliberista e ai nazionalismi e fascismi che sta resuscitando ovunque. Su un punto essenziale da anni siamo d’accordo: “Un’alleanza tattica con l’establishment globalista è fuori questione”. In Italia si traduce nel comune rifiuto di riesumazioni di un improbabile centrosinistra col PD. (M.A.)

Il nostro nuovo movimento internazionale combatterà la crescita del fascismo e dei globalisti

di Yanis Varoufakis

La nostra epoca sarà ricordata per la marcia trionfale di una destra che si unifica  a livello globale – un’Internazionale Nazionalista – che è venuta fuori dal pozzo nero del capitalismo finanziario. Se sarà ricordato anche per una sfida umanista di successo a questa minaccia, dipende dalla volontà dei progressisti negli Stati Uniti, nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in paesi come il Messico, l’India e il Sudafrica, di forgiare una coerente Internazionale Progressista.

Quell’iniezione di autostima era accompagnata da avvertimenti contro lo “straniero” in agguato che minacciava la loro rinata speranza. La politica di “noi contro loro” prese il sopravvento, scolorita dalle caratteristiche della classe sociale e definita unicamente in termini di identità. Il timore di perdere lo status si trasformò in tolleranza nei confronti delle violazioni dei diritti umani prima contro i sospetti “altri” e poi contro qualsiasi dissenso. Ben presto, mentre il controllo della classe dirigente sulla politica calava sotto il peso della crisi economica che aveva causato, i progressisti finivano marginazionalizzati o in prigione. A quel punto era tutto finito.

Non è questo il modo in cui Donald Trump ha conquistato la Casa Bianca e ora sta vincendo la guerra discorsiva contro l’establishment del Partito Democratico? Non è questo che ricorda l’improvviso apprezzamento da parte dei Conservatori a favore della Brexit di un servizio sanitario nazionale che avevano affamato di fondi da decenni, o l’energico abbraccio della democrazia che il thatcherismo aveva subordinato alla logica delle forze del mercato? Non sono questi i modi dei governi di destra dura in Austria, Ungheria e Polonia, o dei nazisti di Alba Dorata in Grecia e, più acutamente, di Matteo Salvini, l’uomo forte che guida il nuovo governo italiano? Ovunque guardiamo oggi, assistiamo a manifestazioni di rinascita di un’ambiziosa Internazionale Nazionalista, con caratteristiche che non avevamo visto dagli anni ’30. Per quanto riguarda l’establishment, si comportano come se avessero un debole per il ripetere ogni errore della Repubblica di Weimar.

Ma basta con la diagnosi. La domanda pertinente ora è: cosa dobbiamo fare? Un’alleanza tattica con l’establishment globalista è fuori questione. Tony Blair, Hilary Clinton, l’establishment socialdemocratico dell’Europa continentale sono troppo compromessi dai loro legami monetari con un capitalismo economicamente in rovina e con la sua ideologia di accompagnamento. Per decenni hanno fatto affidamento sul populismo del libero mercato: la falsa promessa che tutti possano stare meglio se ci ci sottomettiamo alla mercificazione. Vorrebbero farci credere in una scala mobile senza fine che ci porterà ai vertici della soddisfazione del consumatore, ma essa non esiste.

Il 1929 della nostra generazione, avvenuto nel 2008, ha infranto questa illusione. L’establishment ha continuato come se fosse possibile riparare le cose attraverso una combinazione di austerità per i molti, socialismo per pochissimi e l’autoritarismo tutt’intorno. Nel frattempo, l’Internazionale Nazionalista ha cavalcato la vittoria, alimentata dal crescente malcontento. Per contrastare questo potere, i progressisti devono specificare molto precisamente le cause e la natura del malcontento e dell’ infelicità del popolo: l’intensa guerra di classe dell’oligarchia globale contro il precariato in rapida crescita, contro ciò che resta del proletariato occidentale e, in generale, contro i cittadini più deboli.

Quindi, dobbiamo dimostrare che l’unico modo in cui i molti possono riprendere il controllo delle nostre vite, delle nostre comunità, delle nostre città e dei nostri paesi è coordinando le nostre lotte lungo l’asse di un New Deal internazionalista. Mentre non va più permesso al capitale finanziario globalizzato di distruggere le nostre società, dobbiamo spiegare che nessun paese è un’isola. Proprio come il cambiamento climatico richiede sia un’azione locale che internazionale, così la lotta alla povertà, al debito privato e ai banchieri disonesti. Per illustrare che le tariffe non sono il modo migliore per proteggere i nostri lavoratori, dal momento che arricchiscono principalmente le oligarchie locali, dobbiamo fare una campagna per accordi commerciali che impegnino i governi dei paesi più poveri a legiferare salari minimi per i loro lavoratori e garantire posti di lavoro a livello locale. In questo modo le comunità possono essere rianimate in paesi ricchi e poveri contemporaneamente.

Ancora più ambiziosamente, la nostra Internazionale Progressista deve proporre una International Monetary Clearing Union, del tipo suggerito da John Maynard Keynes durante la conferenza di Bretton Woods nel 1944, includendo restrizioni ben progettate sui movimenti di capitale. Riequilibrando salari, commercio e finanza su scala globale, la migrazione involontaria e la disoccupazione involontaria diminuiranno, ponendo fine al panico morale intorno al diritto umano di muoversi liberamente nel mondo.

E chi sta cercando di mettere insieme questa Internazionale Progressista disperatamente necessaria? Fortunatamente, non mancano potenziali iniziatori: la “rivoluzione politica” di Bernie Sanders negli Stati Uniti, il partito laburista di Jeremy Corbyn, il nostro Movimento Democrazia in Europa (DiEM25), il presidente eletto del Messico, gli elementi progressisti dell’African National Congress, i vari movimenti che combattono contro bigottismo e austerità in India.

Cominciamo noi oggi. Altri ci seguiranno nel momento in cui l’odio e la rabbia cedono alla speranza razionale.

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Abbiamo chiesto a Bernie Sanders di commentare il pezzo di Yanis Varoufakis. Ecco la sua risposta:

Yanis Varoufakis ha esattamente ragione. In un’epoca di massicce disparità globali, disuguaglianze di reddito, oligarchia, autoritarismo e militarismo in aumento, abbiamo bisogno di un movimento progressista internazionale per contrastare queste minacce. Non è accettabile che l’1% che sta in alto della popolazione mondiale possieda più ricchezza del 99% in basso, che le multinazionali e i ricchi accumulino oltre 21 trilioni dollari in conti bancari offshore per evitare di pagare la loro giusta quota di tasse e che l’industria del combustibile fossile continui a distruggere il pianeta perché i paesi non sono in grado di cooperare efficacemente per combattere il cambiamento climatico.

Mentre i ricchi diventano molto più ricchi, le persone in tutto il mondo lavorano più ore per salari stagnanti e temono per il futuro dei loro figli. Gli autoritari sfruttano queste ansie economiche, creando capri espiatori che mettono un gruppo contro un altro.

La soluzione, come sottolinea Varoufakis, è un’agenda progressista internazionale che riunisca i lavoratori attorno a una visione di prosperità condivisa, sicurezza e dignità per tutte le persone. Il destino del mondo è in gioco. Andiamo avanti insieme ora!

 https://www.theguardian.com/commentisfree/ng-interactive/2018/sep/13/our-new-international-movement-will-fight-rising-fascism-and-globalists